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Siria: la lealtà dei gruppi armati è cambiata?

di Dr. Haytham Mouzahem — Se le alleanze del regime siriano paiono limpide e pubbliche, i gruppi armati jihadisti e di opposizione, i cui schieramenti sono rimasti nell’ombra fino al 2014, stanno lavorando sodo per tenere nebbiosi e segreti i loro legami con le parti regionali e internazionali. Durante i primi due anni della guerra siriana, la tendenza dei sostenitori dell’opposizione armata era quella di appoggiare tutti i gruppi armati, salvo alcune eccezioni imposte dalla loro natura (regione d’influenza e ideologie).

Il corrispondente e analista siriano Suhaib Anjarini ritiene che gli approvvigionamenti di armi e denaro dei sostenitori ai gruppi di opposizione «all’inizio della crisi siriana, erano volti ad attrarre gruppi di opposizione differenti e a incoraggiare la divisione nelle fila dell’esercito siriano». «Il triangolo nel Golfo formato da Qatar, Kuwait salafita e Arabia Saudita riuscì a imporsi sin dall’inizio alimentando l’influenza in Siria dei gruppi salafiti. Di conseguenza, non ci fu una suddivisione equa: fu dato maggiore supporto ai gruppi che dipendevano da “principi jihadisti”, quali Ahrar Al-Sham, Jabhat Al-Nusra e Jaish Al-Islam, e meno ai gruppi più piccoli, sotto la bandiera della rivoluzione, quali la Brigata del martire Ahmad Khalaf, quella del martire Ahmad Khatib e quella del martire Abdel Sattar Al Yunsu», sostiene Anjarini.
Nel 2015 e nel 2016 si è assistito ad altri sviluppi. Alcuni paesi hanno ristretto il loro sostegno a gruppi determinati, assicurandosi il controllo quasi completo sulle loro decisioni. L’Arabia Saudita, tornata prepotentemente nello spettro siriano, ha giocato un ruolo chiave nel portare alla ribalta determinati gruppi e a isolarne altri, servendosi del proprio ‘livello di sostegno’ per sistemare le cose. Tra i risultati di questa ‘ristrutturazione’ vi è la nascita del Fronte islamico, presentato come una ‘coalizione’ di tali gruppi. Anche il Fronte rivoluzionario siriano è balzato in prima linea, di pari passo con il declino nel ruolo del Fronte Al-Shamia.

Il corrispondente siriano Alaa Halabi sostiene che i tre principali Paesi a sostegno dei gruppi armati sono Arabia Saudita, Turchia e Qatar, che si inseriscono all’interno di quella sfida ideologica (la Fratellanza salafita) allo scopo di aumentare la propria influenza in Siria. In quella stessa sfida vi sono figure prominenti del Golfo ed emiri del Kuwait e degli Emirati Arabi, come anche gli Stati Uniti, la Giordania e alcuni stati europei, che stanno offrendo il loro sostegno ai gruppi cosiddetti ‘moderati’ quali il Movimento Nourreddine Zanki, il Fronte Al-Shamia, i gruppi MOC (Centri operativi militari) nel sud della Siria, le forze YPG (Unità popolari di protezione curde), le Forze democratiche siriane, il Nuovo esercito siriano e altri.

Halabi pone l’accento su come la maggior parte delle armi finiscano poi nelle mani dei jihadisti, e che Israele sta offrendo un supporto logistico completo ai gruppi delle aree di confine sul Fronte meridionale, incluso Jabhat Al-Nusra. Secondo Halabi, col tempo, si sono instaurati rapporti personali tra alcuni paesi e i leader dei gruppi, come Zahran Alloush, a capo di Liwa Al-Islam prima e Jaish Al-Islam poi, i cui legami si limitavano all’Arabia Saudita. La Brigata Al-Tawhid, operativa ad Aleppo, ha ricevuto un sostegno enorme dai Fratelli musulmani supportati a loro volta da Qatar e Turchia.

Il Fronte meridionale e il MOC
L’arena siriana può essere suddivisa in due principali fronti, quello meridionale e quello settentrionale. I Paesi circostanti si impongono sui due fronti per i propri interessi e preoccupazioni. Al sud, Giordania e Israele paiono intenzionati a intralciare i gruppi jihadisti che vogliono controllare il fronte, a differenza di quanto accade sul fronte settentrionale.

La presenza di ambienti jihadisti in Giordania ha giocato un ruolo decisivo nelle scelte del Paese, di fronte al pericolo di una potenziale ricaduta di combattenti, ritenuti dalla Giordania e dai suoi alleati uno strumento efficace ma turbolento. Stati Uniti e Giordania, dunque, non hanno dato il loro sostegno a un unico gruppo alle spese di un altro, piuttosto a operazioni collettive alle quali molti gruppi hanno partecipato sotto la supervisione del MOC a guida Usa, che ha gestito le operazioni nell’ultimo trimestre del 2014.

Secondo una fonte jihadista affiliata a Jabhat Al-Nusra (ora rinominato Jabhat Fateh Al-Sham): «I jihadisti di Dar’a sono stati ingannati, perché è stato fatto credere loro che il sostegno del MOC fosse incondizionato». Afferma: «L’azione più pericolosa del MOC è stata mettere i gruppi l’uno contro l’altro. Un giorno ne sostenevano uno a svantaggio di un altro e il giorno dopo ribaltavano la situazione. Facendo questo, tentavano costantemente di farci avere paura l’uno dell’altro». Vale a dire dividerli, e facilitarne il controllo.

Prima del 2014 l’Arabia Saudita, fornendo armi e denaro, dominava il sud della Siria, ma la costituzione del MOC, di cui il paese era membro, ne limitò la sfera. Un ex militante della Brigata del martire Ahmad Al-Abdo dichiara: «I fratelli sauditi ci hanno appoggiato incondizionatamente all’inizio, soprattutto durante i conflitti nella regione est di Qalamun. Col tempo, il MOC ha preso il controllo delle attività di sostegno offrendocele in modo intermittente». La Brigata ha perso la supervisione dell’Arabia Saudita dopo essersi unita al Nuovo esercito siriano creato alla fine del 2015.

Secondo Khaled Al-Hammad, Segretario generale del Fronte autenticità e sviluppo (Jabhat Al-Asala and Al-Tanmiya) e colonna portante del Nuovo esercito siriano, «i membri sono stati riuniti e addestrati dalle forze alleate contro l’Isis e sono stati dati loro armi, munizioni e salari». Hammad afferma che «il Fronte autenticità e sviluppo è di credo salafita, e le nostre forze stanno mantenendo la loro presenza ad Aleppo, a Homs, nel Governatorato del Rif di Damasco, a Dar’a e nella regione est di Qalamun». Nonostante il MOC stia progressivamente dominando il sud, molti gruppi sono ancora fedeli all’Arabia Saudita, soprattutto il Fronte rivoluzionario siriano, attivo nel nord (Idlib e zone limitrofe) prima che Jabhat Al-Nusra fosse cacciato dalla zona e spinto verso sud.

Il principale gruppo alleato con i sauditi in Siria è Jaish Al-Islam, la cui influenza è soprattutto nella regione di Qalamun e Goutha. Dalla sua formazione, a opera di Zahran Alloush, ucciso alla fine del 2015, è sempre stato noto per essere affiliato ai sauditi, in termini di armamenti, fondi e sostegno politico e mediatico illimitato. I sauditi sono riusciti ad aiutare i loro alleati aprendo loro le porte dei colloqui di Ginevra nel gennaio e febbraio 2016 attraverso il loro funzionario Mohammad Alloush.

La Turchia e il Fronte settentrionale
Nel nord della Siria la situazione appare diversa. La Turchia si è imposta nonostante i tentativi statunitensi di ripetere anche lì l’esperienza del MOC. I turchi non si sono preoccupati di poter creare un ambiente idoneo ai jihadisti sostenendoli in Siria e hanno offerto le necessarie agevolazioni ai gruppi jihadisti senza eccezioni. Anjarini sostiene che «la Turchia si è accertata di scegliere gruppi che mostrassero fedeltà assoluta in base a fattori ideologici e razziali. La Turchia ha approfittato dei Fratelli musulmani, che avevano un certo peso nel nord della Siria. I Fratelli musulmani hanno diretto la formazione di gruppi armati affiliati, come per esempio la Brigata Al-Tawhid, il battaglione Al-Saftw e quello Abo Amara, il Fronte Jaish Mohammed e quello Al-Shamiah».

L’intelligence turca ha diretto la formazione di gruppi armati turkmeni quali la Brigata del Sultano Abdul Hamid, la Brigata Seljuq e il Reggimento Ahfad Al-Fatihin. Dai primi mesi del 2015 ha fatto la sua comparsa il Partito islamico del Turkestan, formato da jihadisti uiguri. La Turchia ha offerto pieno supporto al partito, trattandosi di un calderone tra l’ideologico e il razziale. I suoi membri provengono dal Turkestan orientale o dalla regione cinese dello Xinjiang.
Anjarini sostiene che i turchi hanno avuto un ruolo decisivo nel sostegno e nella direzione del gruppo islamista Ahrar Al-Sham, il più grande sul suolo siriano, con quasi 25.000 combattenti. Sauditi e turchi si sono spartiti l’influenza regionale del movimento fino al settembre 2014. Un’imprecisata esplosione a Idlib l’8 settembre 2014 ha ucciso uno dei suoi leader di prim’ordine, e fondatore del gruppo, Hassan Abboud. Alla fine, i turchi sono riusciti a prendere il controllo del movimento quando i nuovi leader affiliati ai Fratelli musulmani hanno sostituito quelli venuti a mancare. La fedeltà politica alla Turchia di Ahrar Al-Sham si è manifestata in numerose fasi cruciali. Per esempio, Ahrar Al-Sham non si è unito alla Commissione suprema per le negoziazioni formata a Riyahd, che molti analisti hanno giudicato come un tentativo saudita di monopolizzare le decisioni politiche e militari dell’opposizione siriana.
A proposito dei gruppi legati alla Turchia o alleati con essa, Halabi dice: «Tutti i gruppi attivi lungo il confine turco-siriano, che si estende per oltre 800 chilometri dal territorio di Lattakia fino all’estremo nord-est, a eccezione dei curdi, sono affiliati alla Turchia. I gruppi turkmeni e i membri di Jaish Al-Fatah sono tra questi». Halabi afferma che la Turchia è in buoni rapporti con l’Isis, nel contesto di un crescente traffico di petrolio siriano verso la Turchia da parte dei militanti. Giornalisti internazionali avrebbero scattato fotografie ai militanti affiliati all’Isis mentre agivano indisturbati sul confine. Tutti i gruppi, Isis incluso, sono contro i curdi, un ulteriore punto di incontro tra gli interessi della Turchia e quelli dei gruppi.
Secondo Halabi, i rapporti tra Turchia, Ahrara Al-Sham, Jabhat Al-Nusra e altri gruppi in alcuni casi si basano esclusivamente su interessi reciproci (Ahrara Al-Sham e Jabhat Al-Nusra) oppure sono il riflesso di un rapporto di dipendenza (turkmeni e piccoli gruppi). Per quanto riguarda i rapporti tra l’Arabia Saudita e i gruppi siriani, a detta di Halabi, Jaish Al-Islam dipende completamente dall’Arabia Saudita, essendo questa l’unico sostenitore del gruppo. I rapporti tra l’Arabia Saudita e Ahrar Al-Sham si fondano su interessi e bisogni reciproci, vista la necessità per il gruppo del sostegno saudita e l’importanza e il peso del movimento per Riyadh. Diversamente, Ahrar Al-Sham non dipende dal sostegno saudita e ha stabilito rapporti diversi con i paesi della regione attraverso il proprio esecutivo.
Arabia Saudita e Turchia sono in grado di spingere i gruppi armati a una tregua, a una soluzione politica o a una escalation militare? Halabi ritiene che possano fare pressione sui gruppi che da loro dipendono completamente interrompendo il sostegno politico e finanziario. Tuttavia, i gruppi attivi sul territorio siriano sono riusciti a costruire relazioni complesse e a trovare fonti di finanziamento locale, anche mediante l’imposizione di canoni e l’appropriazione di petrolio. La conseguenza è che Arabia Saudita e Turchia hanno perso il loro vantaggio: tutto quello che possono fare è porre fine al sostegno politico, militare e finanziario vicino ai confini turco e giordano e offrire una copertura politica all’esercito siriano contro i gruppi. La teoria secondo cui Arabia Saudita e Turchia sarebbero in grado di fare pressione ai gruppi loro affiliati, perché questi dipendono completamente da loro, non sta più in piedi.

Traduzione di Barbara Turitto

Source: www.Lindro.it

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